Passa ai contenuti principali

Ho letto un libro (ah beh, sì beh...)

Ho letto un libro.
(Non è una novità, in realtà: leggo sempre un libro, aNobii è l'unico "social" che io mi preoccupi di aggiornare costantemente e a volte mi prendo fin troppo sul serio nel recensire quanto leggo, tanto che poco dopo mi verrebbe da guardarmi allo specchio e dirmi Ah Augias, ma parla come magni).
(Bene, ora attendo querela da Augias).

Detto questo, o "al netto di questo" -- come si usa dire ultimamente, ho letto Wolf Hall di Hilary Mantel. Per chi non lo conoscesse, è il vincitore del Man Booker Prize 2009, cioè (ricerca su Wikipedia m'insegna) il più bel libro scritto in inglese del 2009. Non conosco i concorrenti, ma non mi lamento: Wolf Hall è, semplicemente, un libro strepitoso. Mesmerising, mi vien da dire, visto che l'ho letto in inglese in sessioni lunghissime e ora non so più parlare italiano (e credetemi, pensare in inglese mentre si parla con un barese non è il massimo).
E' il libro che mi ha restituito il piacere di non voler smettere di leggere, di fare notte e poi alzarsi con le occhiaie, il libro che mi sono portata dietro anche in giro per leggerlo anche al bar perché non potevo semplicemente lasciarlo a casa col rischio di ritrovarmi a strapparmi i capelli in preda all'astinenza al grido di Oddìo, ma come sarà andata?


Non che rischiasse di riservare sorprese sconcertanti: è, infatti, un romanzo storico, e in quanto inglese è un romanzo storico sui Tudor. La solita storia: Enrico VIII vuole divorziare da Caterina d'Aragona per sposare Anna Bolena. Di solito un editore chiama un'oscura laureata in Lettere che scriva abbastanza bene da non poterle dire che non sappia scrivere, le passa un bigino di Storia Moderna e le dice: fammi tre-cinquecento pagine di Enrico VIII che vuole dirvorziare da Caterina d'Aragona per sposare Anna Bolena. Di solito ne nasce uno pseudo-Harmony con in copertina la foto di una stangona di 180 cm per quaranta chili, quindi molto rinascimentale, fotografata in un dettaglio del suo abbigliamento o del suo viso.


Ma Hilary Mantel no. Hilary Mantel sceglie come protagonista uno che nemmeno il suo biografo si è sentito di non dire avido e spietato (preciso: "a devious, ruthless instrument of the state"), uno che per ovvi motivi non è stato fatto santo, uno che di solito è confuso con un suo successore nel libro di Storia scalcinato che ci portiamo dentro dalle elementari: Thomas Cromwell. (Il successore con cui lo si confonde, per la cronaca, è Oliver).

Thomas Cromwell, dunque: un self-made man, un figlio di fabbro che grazie al suo talento, alla sua intelligenza vivissima, alla sua furbizia e anche a un sapiente quanto misurato uso di lecchinaggio diventa l'uomo più potente (e odiato) del regno di Enrico VIII. E' lui che avvia la Riforma religiosa in Inghilterra, lui che si rende indispensabile ai sangueblù di Londra e dintorni, gli stessi che, come in ogni storia di Cenerentole che si rispetti, lo hanno snobbato fino al secondo prima (You are everything now. We say, how did it happen?, filosofa quella zucca vuota di Suffolk). Non arrivi neanche a incrociare lo sguardo di Enrico VIII se non hai il permesso di Cromwell. Nessuno può fare niente senza Cromwell.

La prosa è asciutta, stringente e straordinariamente evocativa. Il punto di vista è quello di Cromwell, ed è talmente esclusivo che sembra di sentirlo respirare, giusto alle nostre spalle, vederlo vivere sotto i nostri occhi. Cromwell è esattamente accanto a noi: la Mantel lo chiama he, sempre, anche se ha parlato di qualcun altro fino al rigo prima, perché è impossibile fraintenderla. Tanto è pregnante la sua presenza che talvolta dalla terza persona si scivola alla prima, e prima di rendersene conto si è tornati alla terza. Tanto ci si immedesima col protagonista che non si prova fastidio a leggere my lord quando lui pensa al cardinal Wolsey: in effetti lui diventa anche il nostro signore -- nessun problema, my lord will do.
Non sono una critica letteraria e non parlerò oltre dello stile senza sfondare il muro del ridicolo. Vediamo il contenuto.

Ho letto vari commenti sul romanzo e non ho trovato una riflessione simile a quella che ho fatto io. Il motivo è probabilmente che io sono solo una mente molto elementare, nonché una romanticona senza speranza (non mi sono più ripresa dalla morte di Liz, la moglie di lui, che avviene più o meno subito), ma questa è la mia idea: Cromwell parte come un personaggio brillante, sì, ma innocente. D'accordo, ha conosciuto le botte paterne, è partito per l'Europa e vi è rimasto dieci anni a conoscere le lingue, il lusso, i calcoli, il sesso. Può guardarti per un attimo e intuire la storia del tuo abito, valutarne il tessuto. Può citarti Machiavelli (anzi, Niccolò) e Petrarca, e qualunque autore italiano e classico, a menadito. Il suo passato è un serbatoio inesauribile di aneddoti su cui lui tace a meno che non gli convenga fare il contrario. Gli piace che la gente si interroghi, gli piace persino che inventi (They're all good stories).
E', sostanzialmente, un italiano dentro (You are an Italian trough and through, gli dice Thomas More -- e non lo intende come un complimento), ed anzi preferisce gli italiani agli inglesi (si vede che erano altri tempi).
Ma nonostante l'incredibile bagaglio di esperienze, è ancora un innocente: la delicatezza dei sentimenti per la moglie, la devozione commovente al cardinal Wolsey, suo mentore, l'affetto per le figliolette ed il figlio Gregory, lo rendono molto umano e simpatetico.
Finché non lo si vede diventare sempre meno umano.

La prima a cadere è Liz. Il passaggio sulla sua morte spezza il cuore, anche se non quanto quello sulla morte delle bambine. Non passano troppi anni prima che muoia, in disgrazia presso il re, anche my lord il cardinale. Il dolore di Cromwell è totale e indiscutibile, l'uomo arriva anche a piangere e giura vendetta per il suo signore (God needs no trouble, I shall take it in hand). Ma nel frattempo è entrato a corte, ha iniziato a fare soldi, ha iniziato a frequentare i potenti perché gli piace e non perché deve. Diventa tanto indispensabile al re e alla sua donna, Anne Boleyn, che lei inizia a chiamarlo my man. Lui che non voleva nemmeno rappresentare il cardinale in una messinscena, non sentendosene all'altezza, arriva a pensare di essere meglio di lui, perché più freddo. Lentamente quanto convenientemente, inizia a dimenticarsi di voler vendicare my lord (altrettanto convenientemente se ne ricorderà solo nel sequel). Mentre, trama, tradisce, as cunning as a bag of snakes.
Va anche detto, ad onor del vero, che il suo zelo riformistico è autentico, e lo "scontro" con More in campo politico, religioso e umano è molto interessante e partire dall'inizio (He never sees More [...] without wanting to ask him, what's wrong with you? Or what's wrong with me?). Sfocia, alla fine, nell'autentico disprezzo.

Ho trovato che la sua "disumanizzazione" fosse particolarmente tracciabile nel suo rapporto con le donne. Ha una relazione con Johane, sorella di Liz, a cadavere ancora caldo: non dura troppo e non è seria. Sembra avere un'amicizia speciale con Mary Boleyn, palesemente infatuata di lui, e sembra tenere particolarmente a lei (Oh Christ, he thinks, to see her out of here; to take her to somewhere she could forget she's a Boleyn), ma quando non gli serve più come spia la getta via come un calzino: dichiara di aver provato a tirarla fuori dalla corte, non riuscendo a persuadere il re. How hard did you try? chiede lei, che non è stupida. Sembra avere attenzioni speciali per Jane Seymour, che lui nota prima di tutti e di cui prima di tutti riconosce l'insospettata intelligenza. Liz, take your dead hand off me, "dice" alla moglie ad un certo punto, ma nel sequel anche questa storia è sfociata nel nulla.
Succede il contrario con Anne Boleyn: non vi trova nessuna attrattiva, ma quando diventa regina tutto cambia. Non la vuole, men che meno la ama, ma ne è stregato (Even he can see her beauty now that she's queen). Ma sappiamo quale sarà il ruolo di Cromwell nella disfatta di Anne.

Non è che lui cambi atteggiamento solo nei confronti delle donne, è che da donna ho notato soprattutto quei cambiamenti. Attenzione, però: Cromwell diventa sì cinico, diventa sì molto diverso da quello che era, ma in qualche modo resta umano. Si aggrappa alla sua umanità. In Bring Up the Bodies (bello, ma no Wolf Hall), è ancora capace di empatia, di compassione, di gesti generosi, ma è chiaro che c'è un ritratto che diventa brutto per lui, un ritratto che si corrompe, e questo ritratto non è quello che gli dipinge Holbein (vedendolo, è costretto a riconoscere di avere l'aspetto di un assassino) ma il libro di Hilary Mantel. Che a sua volta è Cromwell. Identificazioni imprescindibili. Chissà se e quanto sarà brutto il nostro (anti)eroe alla fine di The Mirror And The Light, ultimo tomo della trilogia.

Commenti

Posta un commento

Post popolari in questo blog

"Perché a noi la qualità ci ha rotto il cazzo": "I Medici 2" e la morte dell'ambizione

"A noi la qualità c'ha rotto er cazzo! Viva lammerda!" Con questo grido immortale René Ferretti, indimenticato protagonista di Boris, definiva la filosofia di buona parte (sempre un po' meno, fortunatamente) della fiction prodotta in Italia. È una rivendicazione che mi è tornata prepotentemente in mente mentre, incredula, assistevo al susseguirsi di episodi della seconda stagione di Medici.
I primi due, lo ammetto, mi avevano lasciata cautamente ottimista pur non mancando di qualche difetto. Il vero problema è che nel corso delle settimane quei difettucci si sono ingigantiti fino al grottesco, divorando il poco che c'era di buono (ovvero Contessina e Marcobèllo, le location, un certo e vago qual senso di storicità, l'energia ggiovane del cast). Avevo, nello scrivere quel post, preannunciato che sarei certamente tornata a parlare di quel che in Medici 2non funzionava, e lo farò adesso entrando quanto più possibile nel dettaglio. Devo però iniziare con un verd…

Il secondo atto dei "Medici" tra risate omeriche e graditi ritorni

Diciamo la verità, in questi mesi noi patiti di period drama siamo stati un po' preoccupati per I Medici. Tutta colpa dell'exploit della prima stagione, mandata in onda da RaiUno nell'autunno 2016: il cast annoverava un premio Oscar e una superstar di Game of Thrones e co-lead della Cerentola di Branagh, che era una ruffianata come un po' tutto ciò che Branagh sta facendo ultimamente ma rimaneva pur sempre un filmone Disney. Le quattro serate erano filate lisce come l'olio toscano, la critica non aveva esattamente gridato al miracolo ma il pubblico (giovane) era andato in visibilio, la cupola del Brunelleschi aveva raggiunto una popolarità mai vista dal suo completamento nel 1471 e, cosa che non guasta, una volta tanto abbiamo fatto una serie tv non completamente inguardabile che non trasformava un personaggio storico in un santino miserevole e senza macchia ad uso e consumo di pensionati immalinconiti dalle carlocontate.
Ma allora quale sarebbe stata la colpa di