Passa ai contenuti principali

For your consideration: gli Oscar e altri luoghi impossibili


L'anno scorso mi sono imbattuta in un interessante post di Paola Jacobbi, giornalista di Vanity Fair, sulle varie cantonate degli Oscar verificatesi nel corso degli anni. Ero sconvolta dalla vagonata di statuette vinte da The Artist, film graziosissimo ma sulla cui capacità di passare alla Storia del Cinema nutrivo qualche dubbio: dopo averci lungamente pensato (cosa non si fa per non studiare qualcosa!) ero giunta alla conclusione che l'Academy dovesse avessere un debole per tutto ciò che è antico e/o europeo e/o parli di guerra (praticamente Benigni con il suo La vita è bella infilava tre criteri su tre).
Ora che gli Oscar sono nuovamente alle porte è curioso che manchino dei film che promettono di sbancare, come è successo a The King's Speech nel 2011 e a The Artist nel 2012. O meglio: Lincoln prometterebbe di sbancare se non fosse che Argo di Ben Affleck ha già vinto tutti i non-Oscar e quindi minaccia di essere il primo film a vincere come Best Picture senza che il suo regista sia candidato alla miglior regia in ben 85 anni. Non fosse stato per questo incidente di percorso, tuttavia, forse l'Academy avrebbe già deciso di assegnare l'ambita statuetta alla fatica di Spielberg che narra l'avventura del più amato presidente USA di sempre e dell'approvazione del suo celeberrimo tredicesimo emendamento.

In realtà, personalmente, non ho alcun problema con Lincoln: l'ho visto e trovato magnifico nonostante la sua lunghezza. E pare che non ce ne sia bisogno, ma farò lo stesso un tifo scatenato affinché Daniel Day-Lewis vinca l'Oscar, entrando nei record come primo attore a vincere tre Oscar da protagonista.
Ma, fermo restando che lui è un attore strepitoso capace praticamente di cambiare anche fisionomia a seconda dei ruoli (guardare per credere)... Non sarà per caso che i ruoli biografici, possibilmente in storie strappalacrime di redenzione, o di ascesa e caduta, o di potere in ogni sua forma ultimamente favoriscano fin troppo la vittoria?

Discorso a parte andrebbe fatto per Leonardo DiCaprio, clamorosamente ignorato anche quest'anno e anche dopo J. Edgar, ma facciamoci caso: Helen Mirren nei panni di Elisabetta II dopo la morte di Diana, Colin Firth come Giorgio VI che lotta contro la balbuzie, Meryl Streep (ma lei è un mostro, e quand'è candidata è impossibile non premiarla) nel ruolo della Thatcher versus la vecchiaia, e poi Reese Witherspoon come June Carter Cash, Nicole Kidman con Virgilia Woolf, Sean Penn come Harvey Milk, Marion Cotillard come Edith Piaf, Jamie Foxx come Ray Charles... E si potrebbe andare avanti per parecchio.
Ma anche nel campo che esula dal biopic i ruoli in costume vanno per la maggiore: Jean Dujardin l'anno scorso ha scippato il premio a Gary Oldman interpretando una star del muto di The Artist, Kate Winslet ha vinto col suo difficilissimo ruolo in The Reader. Anne Hathaway ha praticamente ipotecato l'Oscar 2013 da mesi singhiozzando la Canzone-di-Susan-Boyle nei tragici panni della Fantine dei Miserabili (film che per quel che mi riguarda può anche vincere solo quella statuetta, e pure lì avrei da ridire).
Prendete, poi, Sandra Bullock: mi sta anche simpatica e sicuramente è brava, ma The Blind Side è un film da Domenica mattina su Italia Uno, un film con niente di speciale, talmente piatto e banale da appiattire e banalizzare anche la sua performance, ma lei ci ha vinto l'Oscar. Sarà per caso perché il suo personaggio, Leigh Anne Tuohy, incarna la Bontà Americana? Gli USA, è risaputo, adorano il loro American Dream: non a caso il film più acclamato di Muccino è The Pursuit of Happiness (dopo di quello, il regista italiano ha preso solo pernacchie).

Senza voler togliere nulla al talento di questi grandi attori, la domanda sorge spontanea: non sarà per caso che il biopic, specie se dedicato a personaggi ammantati di leggenda, aiuta? Non sarà per caso che le storie di guerra, parabole discendenti e miserie lacrimevoli, senza contare l'immancabile Olocausto, aiutano - e pure tanto?

PS: Chi scrive è dichiaratamente dilettante e non pretende di insegnare niente a nessuno. Però si chiede ancora come sia stato possibile candidare Avatar, che detesta dal profondo.

Commenti

  1. Dichiaro la mia ignoranza, ma condivido completamente la perplessità per la candidatura di Avatar. Per carità, fotografia molto bella, ma una storia di una banalità sconcertante.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Penso che di fronte a certi incassi l'Academy si sentisse in dovere di dare almeno qualche contentino!

      Elimina
  2. Avatar per me resterà il più grande mistero della fede insieme al perché a Di Caprio non danno mai un oscar!
    Di quest'anno ho visto solo Argo quindi non posso esprimere preferenze o confronti! u,u

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ti è adnata bene però, l'unico che hai visto ha sbancato!

      Elimina

Posta un commento

Post popolari in questo blog

Ho letto un libro (ah beh, sì beh...)

Ho letto un libro.
(Non è una novità, in realtà: leggo sempre un libro, aNobii è l'unico "social" che io mi preoccupi di aggiornare costantemente e a volte mi prendo fin troppo sul serio nel recensire quanto leggo, tanto che poco dopo mi verrebbe da guardarmi allo specchio e dirmi Ah Augias, ma parla come magni).
(Bene, ora attendo querela da Augias).

Detto questo, o "al netto di questo" -- come si usa dire ultimamente, ho letto Wolf Hall di Hilary Mantel. Per chi non lo conoscesse, è il vincitore del Man Booker Prize 2009, cioè (ricerca su Wikipedia m'insegna) il più bel libro scritto in inglese del 2009. Non conosco i concorrenti, ma non mi lamento: Wolf Hall è, semplicemente, un libro strepitoso. Mesmerising, mi vien da dire, visto che l'ho letto in inglese in sessioni lunghissime e ora non so più parlare italiano (e credetemi, pensare in inglese mentre si parla con un barese non è il massimo).
E' il libro che mi ha restituito il piacere di non …

I Borgia su La7 e il senso degli americani per la Storia

Seguo I Borgia (titolo originale The Borgias) da due anni; da quando cioè Showtime, la rete via cavo americana che produce anche Homeland, ha deciso di rimpiazzare The Tudors con una nuova serie dedicata ad un'altra famiglia di dubbia reputazione. Il filone doveva piacere molto, il successo dei Tudor anche in Italia è stato notevole e la nostra La7, da un po' attentissima alle più ghiotte occasioni televisive, ha finito per aggiudicarsi la messa in onda in esclusiva di questo nuovo prodotto che doveva mantenere le promesse del suo progenitore.
Ma ci è riuscito?

The Tudors aveva molti, moltissimi difetti, anche piuttosto evidenti: chiunque abbia visto almeno la sua prima stagione deve ancora rammentare con raccapriccio Enrico VIII trasformato in un incrocio tra Fabrizio Corona e Giulio Berruti intento a zompettare da un letto a un altro sfoggiando la sua inesistente somiglianza col personaggio originale. Eppure The Tudors aveva anche delle ottime carte da giocarsi, e se le gioc…