domenica 3 marzo 2013

I Borgia su La7 e il senso degli americani per la Storia


Seguo I Borgia (titolo originale The Borgias) da due anni; da quando cioè Showtime, la rete via cavo americana che produce anche Homeland, ha deciso di rimpiazzare The Tudors con una nuova serie dedicata ad un'altra famiglia di dubbia reputazione. Il filone doveva piacere molto, il successo dei Tudor anche in Italia è stato notevole e la nostra La7, da un po' attentissima alle più ghiotte occasioni televisive, ha finito per aggiudicarsi la messa in onda in esclusiva di questo nuovo prodotto che doveva mantenere le promesse del suo progenitore.
Ma ci è riuscito?

The Tudors aveva molti, moltissimi difetti, anche piuttosto evidenti: chiunque abbia visto almeno la sua prima stagione deve ancora rammentare con raccapriccio Enrico VIII trasformato in un incrocio tra Fabrizio Corona e Giulio Berruti intento a zompettare da un letto a un altro sfoggiando la sua inesistente somiglianza col personaggio originale. Eppure The Tudors aveva anche delle ottime carte da giocarsi, e se le giocò quasi tutte benissimo: il suo cast funzionava a meraviglia, e nonostante diverse variazioni ed aggiustamenti la Storia dietro la storia era molto spesso rispettata. Soprattutto, era chiaro che Michael Hirst, anche sceneggiatore dei due Elizabeth, per almeno tre stagioni su quattro ha avuto davvero a cuore ciò di cui scriveva.

Non mi sento di dire lo stesso di quest'altro show.
Certo, Neil Jordan è a detta di molti un genio. Premio Oscar alla migliore sceneggiatura originale per La moglie del soldato, il Nostro ha firmato vari film culte:a nessuno in tutta sincerità sarebbe venuto in mente che potesse toppare con una serie sui Borgia. Insomma, i Borgia! Veleni! Incesti! Intrighi! Sangue! Probabilmente tantissimo sesso, proprio come in The Tudors!

E invece molti si sono trovati spiazzati dall'incredibile assenza di ritmo non solo nei primi due episodi de I Borgia, ma anche di tutto il resto della stagione.
I nove episodi della prima serie, in effetti, ricoprono appena tre anni della storia di Rodrigo de Borja e dei suoi figli (dall'ascesa di lui al trono papale col nome di Alessandro VI nel 1492 all'arrivo di re Carlo VIII di Francia a Napoli nel 1495), e inspiegabilmente scelgono di edulcorare tutto ciò che riguardava la più chiacchierata famiglia del nostro Rinascimento.
Cesare, il Valentino che ispirò Machiavelli? Una mammoletta: piagnucola dietro una sua innamorata che lo abbandona (lui che ebbe un'amante, Fiammetta, immortalata dalla toponomastica romana, e almeno undici figli illegittimi), piagnucola dietro a sua sorella, piagnucola sul cadavere del principe Djem scannato come un cappone da suo fratello Juan (in realtà morì di dissenteria), piagnucola non appena è dato piagnucolare ad una Candy Candy qualunque. François Arnaud, attore che magari potrebbe farci ricredere, non riesce a fare nulla per salvare un personaggio fondamentalmente senza spina dorsale, che vorrebbe dirci come un ragazzo si corrompe a contatto col potere ma non fa altro che cercare di passare per gran genio senza convincere quasi mai nessuno.
Va un po' meglio ad Holliday Grainger, deliziosa nei panni di Lucrezia almeno nella prima stagione, e ad un David Oakes che ruba la scena a tutti, ma troppo tardi (seconda stagione inoltrata) per espiare le colpe di una scrittura che lo bistratta più a lungo di quanto sia lecito.

Ma il vero problema è, incredibilmente, Jeremy Irons.  Il suo Rodrigo, per quanto ben interpretato, non è affatto credibile come presunto capomafia della fine del '400. Ancora una volta è la scrittura che non funziona: i suoi primi due episodi sono quasi perfetti; lui ha carisma, riempie lo schermo, e ci mancherebbe altro. Ma dopo quelli, tutto ciò che fa è fare faccette, sventolare leziosamente la mano e fare battute di humour tipicamente British, lui che sarebbe un caliente catalano trapiantato in Italia.
Peggio, la scandalosa relazione del Borgia con Giulia Farnese, nella realtà sua amante a partire dai quindici anni (!) si trasforma in una sorta di opera di carità cristina, un salvataggio in extremis da un marito  indesiderato e brutale. Alessandro VI sarebbe insomma il porto sicuro di Giulia - una Giulia peraltro trentenne, sia mai che qualcuno si scandalizzi - per quanto ciò comporti anche una relazione sessuale (e amorosa, ovvio) . Se la serie non fosse prodotta tra Irlanda e Canada verrebbe quasi da pensare che Neil Jordan volesse evitare parallelismi con Berlusconi e la sua nipote di Mubarak.

La natura della relazione tra il Papa e Giulia è solo un esempio di come ogni azione dei Borgia sia sistematicamente giustificata da un male peggiore: se i Borgia fanno qualcosa di vagamente illecito di tanto in tanto è solo perché altrimenti ci rimetterebbero loro stessi la pelle, ad esempio perché i cardinali tramano contro di loro (topos fisso per due stagioni, con Giuliano Della Rovere che, novello Gargamella, non lascia nulla di intentato per far fuori l'odiato pontefice spagnolo); ma anche perché qualcuno insulta mamma Borgia o perché un marito di Lucrezia è violento, eccetera.
Insomma, i Borgia non sono cattivi, è che 1) li attaccano e 2) li disegnano così. Fine della storia, arrivederci  e grazie.

Quanto al ritmo inesistente, la spiegazione è assai semplice: Neil Jordan intendeva realizzare un film, non una serie di 40 episodi spalmati su quattro stagioni. Anni fa circolavano varie versioni del cast, che comprendeva originariamente Scarlett Johansson, Colin Farrell e John Malkovich. Poi non se ne fece niente. Ma come trasformare due ore in quaranta?
A quanto pare tirando il freno a mano, rallentando, inventando di tutto, introducendo personaggi come se piovesse.
E' degli scorsi giorni la notizia che forse l'ultima stagione sarà sostituita da un film: non ci sorprenderebbe.


venerdì 1 marzo 2013

Due clown di passaggio?


La notizia è ormai nota: Peer Steinbrueck, candidato cancelliere della Spd, ha commentato i risultati delle ultime elezioni italiane dichiarandosi "inorridito" dalla vittoria di "due clown" (nemmeno troppo velato riferimento non solo al comico Grillo ma anche a quello non ufficiale, Berlusconi, sulla cui identificazione ogni dubbio è stato fugato quando lo si è specificato "guidato dal testosterone").
Inevitabile l'incidente diplomatico, con un feritissimo Napolitano che quasi in lacrime che annullava l'incontro col politico teutonico e chiedeva rispetto per l'Italia.

Steinbruek, pare, è un gaffeur professionista, ma non basta avere una carriera costellata di uscite infelici per cancellarne una che brucia. Quando ho sentito la notizia al telegiornale ero con un'amica che aggiungeva "Diciamo anche tre clown". Qualcuno ha anche protestato che quella del clown è una professione onorevole che richiede preparazione e sacrifici; mentre i compatrioti del candidato cancelliere lo hanno redarguito (più o meno) in base al principio che certe cose si pensano ma non si dicono. Ecco il punto. Lo pensano tutti.

Peraltro è noto che la Germania non ci ama: Berlusconi con le sue battute sul sedere della Merkel,  i suoi cucù e il celebre episodio del kapò, per loro, fanno l'italiano medio quanto il comandante Schettino . E il fatto che lo stesso Berlusconi non abbia per un pelo rivinto le elezioni anche dopo questo siparietto inverecondo dovrebbe ben dirci che ci sono molti italiani che, se non sono come lui, quantomeno lo ritengono adatto a governare e rappresentare il nostro Paese all'estero (quindi anche agli occhi di Steinbrueck).

Il problema è che, per quanto possiamo riconoscere i limiti e le lacune del nostro Paese e di chi lo abita, ugualmente il nostro orgoglio, quand'è offeso, ne risente. L'Italia è un po' la mamma: noi possiamo lagnarcene quanto ne vogliamo ("L'Italia bellissima? E' il secondo Paese più corrotto d'Europa dopo la Grecia! Siamo sull'orlo del fallimento! Siamo bugiardi e scialacquatori, ignoranti, rozzi, caproni attaccati alle partite di pallone! Vuoi mettere la Svizzera?"), ma poi guai a chi ne parla male. Le offese solleticano il nostro orgoglio patrio, generalmente addormentato di un sonno assai pesante. Clown? Siamo il Paese di Michelangelo e  Da Vinci, va bene, brutti parrucconi?

E chi non ha la possibilità di spiegarlo può sempre citare a denti stretti il buon René.